APPALOOSA di Ed Harris.
"Appaloosa", opera seconda - dopo "Pollock" - di quel magnifico attore che è da sempre Ed Harris, è l'ultimo, dal punto di vista cronologico, grande western dell'era moderna.
Un film, degno erede di titoli come "Gli spietati" di Clint Eastwood o "Terra di confine" di Kevin Costner, che riesce a rendere giusta gloria al genere ed esserne comunque, allo stesso tempo, degna - anche se, ancora una volta, solo temporanea, ci scommetteremmo - elegia.
Ritmato da un racconto classico e di ampio respiro, illuminato dalla bellissima fotografia di Dean Semler, questo di Harris è un western malinconicamente d'altri tempi, ma insieme urgentemente attuale nella scelta di temi alti e senza tempo come l'amicizia virile, il peso e la responsabilità delle proprie scelte, e, soprattutto, le radicali rinunce a cui si è costretti nel voler essere davvero, fino in fondo, coerenti con sè stessi e con le proprie più intime convinzioni.
"Appaloosa" , scritto da Ed Harris e Robert Knott dal romanzo di Robert B. Parker, è puro cinema Vecchia Hollywood, tutto valori forti e personaggi memorabili, con in più quella disincantata chiave di lettura del reale propria di un'epoca - la nostra - che sa bene come ideale e compromesso siano ben di più che occasionali, o fortuiti, compagni di viaggio nella vita di ciascuno.
Virgil Cole (Ed Harris, ottimo come era lecito aspettarsi) e Everett Hitch (un Viggo Mortensen sempre più bravo, che mostra una commovente aderenza con un ruolo splendido e davvero difficile da dimenticare), sono due sceriffi a pagamento che decidono di prestare i propri servigi nella malandata città di "Appaloosa", piagata dalle scorribande di Randall Bragg (Jeremy Irons), un prepotente locale che pensa che ogni cosa abbia un prezzo, e che sia in denaro o sangue poco importa.
L'arrivo inaspettato di Allison French (Renee Zellweger) , vedova allegra e non proprio inconsolabile, sconvolgerà facilmente i già fragili equilibri della sperduta cittadina e anche i rapporti, superficialmente ben più solidi, tra Virgil ed Everett, portando un'apparente prevedibile vicenda verso scenari via via sempre più pericolosamente imprevedibili.
"Appaloosa" è dunque un lavoro acuto e toccante, un film che rinuncia alla facile, immediata tentazione della brutalità esibita o spettacolarizzata a vanvera, e riesce invece, con uno stile sobrio e intelligentemente sommesso e delicato, ad insinuare nello spettatore gli stessi dubbi - etici, morali e coraggiosamente esistenziali - che si agitano e vibrano all'interno dei suoi splendidi personaggi.
Ed Harris, che dirige con mano sicura, da autore consumato, pur essendo solo al suo secondo film da regista, dimostra una lucidità di sguardo e una chiarezza di intenti da far invidia a molti suoi colleghi sulla carta più "esperti" e, anche sceneggiatore, risulta alla fine responsabile principale - con il già citato, e fondamentale, supporto attoriale di Viggo Mortensen - della riuscita di un'opera che con leggerezza, classe e inusuale profondità d'analisi, si fa apprezzare e ricordare a lungo, come ormai poche volte succede all'uscita da una sala cinematografica.
Un cinema di questo tipo, vero, potente antidoto contro la straripante, anonima plastificazione da blockbuster, dovrebbe semplicemente essere realizzato più spesso.
Valutazione: 8/10
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