sabato, 14 marzo 2009

APPALOOSA di Ed Harris.


"Appaloosa", opera seconda - dopo "Pollock" - di quel magnifico attore che è da sempre Ed Harris, è l'ultimo, dal punto di vista cronologico, grande western dell'era moderna.
Un film, degno erede di titoli come "Gli spietati" di Clint Eastwood o "Terra di confine" di Kevin Costner, che riesce a rendere giusta gloria al genere ed esserne comunque, allo stesso tempo, degna - anche se, ancora una volta, solo temporanea, ci scommetteremmo - elegia. 
Ritmato da un racconto classico e di ampio respiro, illuminato dalla bellissima fotografia di Dean Semler, questo di Harris è un western malinconicamente d'altri tempi, ma insieme urgentemente attuale nella scelta di temi alti e senza tempo come l'amicizia virile, il peso e la responsabilità delle proprie scelte, e, soprattutto, le radicali rinunce a cui si è costretti nel voler essere davvero, fino in fondo, coerenti con sè stessi e con le proprie più intime convinzioni.
"Appaloosa" , scritto da Ed Harris e Robert Knott dal romanzo di Robert B. Parker, è puro cinema Vecchia Hollywood, tutto valori forti e personaggi memorabili, con in più quella disincantata chiave di lettura del reale propria di un'epoca - la nostra - che sa bene come ideale e compromesso siano ben di più che occasionali, o fortuiti, compagni di viaggio nella vita di ciascuno.
Virgil Cole (Ed Harris, ottimo come era lecito aspettarsi) e Everett Hitch (un Viggo Mortensen sempre più bravo, che mostra una commovente aderenza con un ruolo splendido e davvero difficile da dimenticare), sono due sceriffi a pagamento che decidono di prestare i propri servigi nella malandata città di "Appaloosa", piagata dalle scorribande di Randall Bragg (Jeremy Irons), un prepotente locale che pensa che ogni cosa abbia un prezzo, e che sia in denaro o sangue poco importa.
L'arrivo inaspettato di Allison French (Renee Zellweger) , vedova allegra e non proprio inconsolabile, sconvolgerà facilmente i già fragili equilibri della sperduta cittadina e anche i rapporti, superficialmente ben più solidi, tra Virgil ed Everett, portando un'apparente prevedibile vicenda verso scenari via via sempre più pericolosamente imprevedibili.  
"Appaloosa" è dunque un lavoro acuto e toccante, un film che rinuncia alla facile, immediata tentazione della brutalità esibita o spettacolarizzata a vanvera, e riesce invece, con uno stile sobrio e intelligentemente sommesso e delicato, ad insinuare nello spettatore gli stessi dubbi - etici, morali e coraggiosamente esistenziali -  che si agitano e vibrano all'interno dei suoi splendidi personaggi.
Ed Harris, che dirige con mano sicura, da autore consumato, pur essendo solo al suo secondo film da regista, dimostra una lucidità di sguardo e una chiarezza di intenti da far invidia a molti suoi colleghi sulla carta più "esperti" e, anche sceneggiatore, risulta alla fine responsabile principale - con il già citato, e fondamentale, supporto attoriale di Viggo Mortensen - della riuscita di un'opera che con leggerezza, classe e inusuale profondità d'analisi, si fa apprezzare e ricordare a lungo, come ormai poche volte succede all'uscita da una sala cinematografica.
Un cinema di questo tipo, vero, potente antidoto contro la straripante, anonima plastificazione da blockbuster, dovrebbe semplicemente essere realizzato più spesso.

Valutazione: 8/10


domenica, 07 dicembre 2008

SAW IV di Darren Lynn Bousman.


Come si poteva forse prevedere, "Saw IV", ancora una volta diretto dall'abile Darren Lynn Bousman - di cui si attende con una certa curiosità l'ambizioso musical-orrorifico "Repo!The genetic opera" - , non riesce ad essere fino in fondo all'altezza del sorprendente, riuscitissimo n. 3 - ad oggi il miglior episodio della serie - , ma risulta, nonostante tutto, un ulteriore, accattivante e indovinato tassello della saga - stuzzicante, arguta e provocatoriamente amara, come raramente nella storia del cinema dell'orrore, lo si deve ammettere - del killer Jigsaw.
Il flashback circolare che apre e chiude il film - e che è solo uno dei tanti elementi più o meno spiazzanti di una pellicola che si mette bene a fuoco solo con una seconda, e più attenta, visione - , si aggancia saldamente al finale del capitolo precedente, rilanciando allo stesso tempo la collaudata storyline verso nuovi, e potenzialmente interessanti, territori narrativi, rinfrescando ulteriormente un canovaccio a rischio sempre più concreto di implosione.
Perchè se è vero che la storia del serial killer umanista e moralista Saw - un Tobin Bell tutt'uno con un personaggio ormai indiscutibile icona horror - , grazie all'attento lavoro di sceneggiatori - qui Patrick Melton e Marcus Dunstan - encomiabili nel riuscire, anno dopo anno, a mantenere la franchise su standard qualitativi e di interesse sempre di tutto rispetto, continua a funzionare egregiamente, sia dal punto di vista dello sviluppo della trama che da quello più prosaicamente commerciale, è altrettanto vero che, per quanto il meccanismo sembri inattaccabile e ben oliato, a volerla tirare troppo, la corda, corre indubbiamente il rischio di spezzarsi.
L'Enigmista è morto, ucciso, prima che dalla spietata malattia che ne aveva decretato la condanna - e scatenato l'incontenibile furia vendicatrice - , da una delle disperate vittime del suo macabro gioco.
L'incubo, creato dall'uomo che un tempo si faceva chiamare John Kramer, è però ben di là dal potersi considerare concluso.
Altri "giocatori", infatti, cominciano ad essere reclutati, risucchiati loro malgrado in un'architettura malata che non vuole proprio saperne di crollare nonostante la scomparsa del suo supremo artefice, il tutto mentre una nuova audiocassetta, ritrovata nello stomaco dell'assassino durante la sua autopsia, avvisa il mondo che la partita, in realtà, è appena cominciata...
La regia di Bousman è al solito energica e serrata, perfettamente in grado di condurre, senza cedimenti, lo spettatore lungo binari e situazioni che dovrebbero essere ormai noti, ma che, grazie al consueto incastro di sequenze del passato e a disallineamenti i temporali volutamente fuorvianti, ma inseriti con intelligenza, nonchè servendosi dei "soliti", radicali switch della sceneggiatura - soprattutto nel finale, altro marchio di fabbrica di questo celebre marchio della Lionsgate - , sono ancora in grado di traghettare anche i fan più smaliziati verso soluzioni sempre nuove e inaspettate.
"Saw IV" - prodotto da James Wan e Leigh Whannell - , oltre che tentare - riuscendoci - di infondere nuova linfa nella serie, ha lo scopo e il merito di illuminare ulteriormente le complesse sfaccettature della personalità e degli oscuri propositi di Jigsaw, incrociando l'interrogatorio dell'ex-moglie dell'assassino per mano dell'Agente Strahm (Scott Patterson, da "The Gilmore Girls") con i tormentati ricordi degli ultimi drammatici momenti della loro travagliata vita coniugale.
Ad ulteriore "bonus" della pellicola, bisogna ammettere che l'ideazione delle trappole disseminate per tutto il film è ancora abbastanza originale e ricca della morbosa "sickness" che giustamente pervade ogni buon "torture movie" che si rispetti, mentre l'incrocio dei vari piani temporali e narrativi, pur non raggiungendo la perizia "perfetta" del n. 3, si conferma un'altra volta funzionante e, soprattutto, funzionale ad un racconto che non rinuncia, a modo suo, a voler essere elaborato, "complesso" e stimolante.
Certo, l'ombra infida e pericolosa - per gli esiti artistici di un serial - della routine, inizia timidamente ad affacciarsi anche qui, e ad onor del vero sarebbe francamente strano il contrario, ma si tratta ancora di lievi, lievissime, praticamente trascurabili, infiltrazioni.
La sfida che attende i produttori, ma soprattutto gli autori, della saga non è delle più semplici -  in particolare se si deciderà di non chiudere il tutto con la sesta puntata prevista per il 2009 - , ma sicuramente il fatto di riuscire a parlare ancora in termini più che lusinghieri del terzo sequel di una serie horror di enorme successo - e ad imperterrita uscita annuale - la fa sembrare una scommessa in larga parte già vinta.

Valutazione: 7/10

domenica, 07 settembre 2008


IL CAVALIERE OSCURO di Christopher Nolan.


Se tentare di eguagliare l'ottimo risultato artistico del "Batman Begins" del 2005 - intelligente e originale rilettura delle origini dell'eroe, capace di rilanciarne immagine e potenzialità commerciali dopo la debacle degli infelici adattamenti a firma Joel Schumacher della seconda metà degli anni 90' - poteva sembrare impegnativo e rischioso, Chris Nolan, autore di sempre maggiore solidità e credibilità creativa pellicola dopo pellicola, deve allora aver pensato che tanto valeva superarsi.
"Il cavaliere oscuro" -  scritto col fratello Jonathan da un soggetto elaborato con David S. Goyer - alza enormemente la posta in gioco, portando al "next level" non soltanto la magnifica franchise del nuovo Batman della Warner Bros - che ormai, pur in attesa del capitolo 3, può fregiarsi di un'aura di autorialità "nobile" difficilmente contestabile - , ma l'intero genere supereroistico cinematografico - per il cinefumetto in sè, invece, ci aveva già pensato 3 anni fa il "Sin City" di Frank Miller e Robert Rodriguez - , deflagrato con questo "The Dark Knight", a genere "alto" a tutti gli effetti, dopo la strada aperta, non va dimenticato, da Sam Raimi e dal suo Spider-Man.
Il film riesce, infatti, a coniugare il rispetto ferreo della mitologia del personaggio, e del collaterale filologico di decenni di storie a fumetti, con il complesso e abile intersecarsi di tematiche raffinate e tutt'altro che banali, senza per questo dimenticarsi nè di costruire una reale concatenazione narrativa seriale - indispensabile per la creazione di una continuità indipendente all'interno della saga - nè, tantomeno, di inscenare quell'iperspettacolarità muscolare e adrenalinica che è da sempre il sale imprescindibile di ogni blockbuster moderno, almeno da James Cameron in poi.
Nolan reintroduce un villain leggendario come il Joker e, aiutato dalla monumentale interpretazione del mai abbastanza compianto Heath Ledger - che si supera in una prova geniale e di strabordante potenza, mettendo da parte, eh, già, un certo Jack Nicholson per andarsi a guadagnare quello che sembra un Oscar postumo già scritto - mette in scena la decadenza civile e morale di una città, Gotham, la quale, guardando le metropoli del mondo reale, di inventato e fantastico sembra avere proprio solo il nome.
"The Dark Knight", energico, crudo e straordinario phamplet sul lato oscuro dell'uomo, eroe, criminale, poliziotto, o persona comune che sia, individuo solitario o animale - animale - sociale che dir si voglia, sceglie la via del furibondo divertissment sulla cupa follia che alberga nell'ombra in ogni casa e in ogni cuore, pronta a riesplodere come una bomba ad orologeria di fronte al contesto o agli stimoli giusti.
Si tratta, in conclusione, di cinema allo stato puro, di un lavoro di primissimo livello, che cresce nel tempo dentro allo spettatore, illuminadolo con i suoi molteplici significati, e i bellissimi chiaroscuri dei suoi messaggi di disincantata speranza, come solo i capolavori, o quantomeno i grandissimi film, sanno fare.
Quando poi in una cornice di tale sontuosa bellezza brillano interpreti - oltre al magnifico Ledger - del valore di Christian Bale (tormentato Bruce Wayne, sconfitto in partenza dal peso della propria missione), Michael Caine (un sempre più gustoso Alfred), Aaron Eckhart (Harvey Dent/Due Facce, ottimamente in parte come suo solito), Morgan Freeman (Lucius Fox, ennesimo valore aggiunto della pellicola), Gary Oldman (un sofferto Jim Gordon), Maggie Gyllenhaal (valido "rimpiazzo" di Katie Holmes per il ruolo di Rachel Dawes), non si può non riconoscere che l'appuntamento con la Storia (del Cinema) è stato centrato in pieno.

Valutazione: 9/10

sabato, 05 luglio 2008

IL PETROLIERE di Paul Thomas Anderson.

Dal romanzo "Oil!" di Upton Sinclair, Paul Thomas Anderson, regista complesso e autoriale, dalla non nutrita, ma già interessante filmografia - "Boogie Nights" e "Magnolia", per citare i titoli più noti e quotati - trae con magistrale sicurezza il suo film più potente, completo e riuscito.
Questo "There will be blood" - in italiano più banalmente "Il petroliere" - , da lui scritto e diretto, epico, sontuoso e crudele, interpretato da un magnifico Daniel Day Lewis nei panni del magnate del petrolio del titolo, è un lavoro che si consegna alla memoria dello spettatore con la sfrontata grandeur dei capolavori epici del passato - sia detto senza troppi timori reverenziali, alla "Quarto potere", per intenderci - , pienamente consapevole della purissima qualità e della profondità dei contenuti di cui è intriso ogni singolo fotogramma
della pellicola su cui è girato.
Mettendo finalmente da parte la superficiale, effimera e trascurabilissima magnificenza industriale da blockbuster, a cui hollywood, negli anni, ci ha fin troppo spesso abituato, qui si può affermare in totale sicurezza di essere di fronte ad un capolavoro di tutto rispetto, ad un'opera che sfiora la perfezione così da vicino come raramente è ormai dato vedere.
Fin dai primi quindici, silenziosi e lenti minuti, intervallati solo da trivellazioni e detonazioni, dal rumore del duro lavoro, faticoso e solitario, tanto ricco di promesse e rischi, quanto avaro di soddisfazioni e certezze, si capisce che l'architettura filmica imbastita dal regista è solida e imponente, ma, soprattutto, costruita per sostenere un qualcosa di importante e memorabile.
Col passare degli anni ed il conseguente crescere delle fortune e degli affari di Daniel Plainview (Lewis), aumenta esponenzialmente anche il numero di coloro i quali si aspettano di trarne a loro volta un qualche profitto, nonchè degli avversari - sempre presenti - pronti a stroncare, o quantomeno a porre dei limiti, ad un signor nessuno arricchitosi troppo e troppo in fretta.
Daniel ha l'ingombrante grandezza di certi indimenticabili personaggi del cinema del passato, mescolata alla violenta crudeltà di quello attuale - semplificando con l'accetta, si potrebbe dire, il "Citizen Kane" di Orson Welles incontra l'"Unforgiven" di Clint Eastwood, e il paragone non sarebbe forse poi così azzardato - , mentre la ferrea, incrollabile volontà di potenza che lo anima lo porta a spazzare via ogni ostacolo incontrato sul proprio cammino, senza dover mai conoscere nè l'onta della sconfitta, nè l'amaro sapore del compromesso.
Come in ogni dramma - umano prima che cinematografico - che si rispetti, il destino, con il suo carico di lutti e tragedia sempre in agguato, non mancherà di calare inesorabile la sua scure quando la parabola del nostro sarà giunta al culmine (termine?), e la furia devastante e insaziabile che aveva costruito la fortuna di Daniel, gli si rivolterà contro come il più disumano dei mostri, decretando l'ineluttabile fine di un mito che probabilmente doveva terminare solo autodistruggendosi.
Daniel Day Lewis, a cui l'Oscar come miglior attore protagonista non poteva davvero sfuggire, è autore di un'interpretazione da leggenda, nel tratteggiare con purissima maestria un'anima dannata da sè stessa e dalla propria delirante ambizione, la cui grandiosità, straripante e decisamente "larger than life" - se non altro rispetto agli omuncoli che di volta in volta gli girano intorno, collaboratori, avversari o presunti parenti che siano (a proposito, un plauso va senz'altro ad un ritrovato Kevin J. O'Connor, finalmente non più vessillo di un maldestro "comic relief", ma sensibile interprete in un ruolo "minore" e ingrato) - , è speculare allo squassante vuoto morale, e alla delirante solitudine interiore, che agitano il suo personaggio, sua forza e sua condanna allo stesso tempo.

Valutazione: 10/10

sabato, 01 marzo 2008

NON E' UN PAESE PER VECCHI di Joel e Ethan Coen.

I tempi cambiano. E quando lo fanno, di solito, quasi sempre, lo fanno in peggio.
E' solo una delle tante morali che, di primissimo acchito, si potrebbero desumere da questo straniante, ipnotico, sommesso, ma, allo stesso tempo, sontuoso capolavoro - fresco vincitore di quattro Oscar - girato da quei geniali filmakers - ultimamente, però, un po' impantanati in una sorta di "pausa" creativa - dei fratelli Coen.
"Non è un paese per vecchi", abilmente adattato dagli stessi Coen dal romanzo "No country for old men" di Cormac McCarthy, è un film tarantiniano per sottrazione che, alla straripante - ma magistrale - logorrea pop di un "Pulp Fiction", vi sostituisce i silenzi, e un eastwoodiano, malinconico rimpianto per un'America - o meglio un'idea di America - , che, se mai c'è davvero stata, di certo, ora, va via via sempre più scomparendo.
La follia, l'avidità, la violenza - e bene fanno gli autori a spingere sul pedale del crudo e dell'esplicito, mostrando ogni omicidio in tutto il suo inevitabile orrore - permeano ormai ogni lembo di quella che - ovunque - un tempo era terra di frontiera, mentre la fuga verso la ricchezza, o la ricerca di una sorta di pace interiore o di una qualche salvezza, malgrado ogni elaborata strategia - l'ostinato, ai limiti della più plateale ottusità, personaggio di un solido Josh Brolin - , nonostante qualsivoglia baluardo morale eretto con la fierezza dei padri - lo sceriffo interpretato da un sontuoso Tommy Lee Jones - , o bislacche "regole d'onore", che impediscano anche ai malvagi di precipitare nel più profondo dell'abisso - il Carson Wells di un ritrovato e convincente Woody Harrelson - , sono destinate, come ogni fragile, fallace progetto umano, ad essere frustrate senza tanti complimenti da un Destino, amaro e beffardo, che non fa sconti - e non ha alcuna intenzione di farne - a nessuno.
Che a tale scopo decida di servirsi delle gesta di un semi-inarrestabile killer demoniaco, prigioniero della propria delirante follia - l'Anton Chigurh di uno strepitoso Javier Bardem, da applausi ad ogni singola sequenza - , o del più prosaico, ma altrettanto impietoso, scorrere del tempo, probabilmente davvero poco importa.
"Non è un paese per vecchi" - una produzione Coen Bros. con Scott Rudin - , lavoro estremamente elaborato e complesso nella sua apparente, lineare semplicità, partendo da un plot criminale alla Elmore Leonard, si diverte a raffigurare la vita come una graduale, a volte cruenta, certamente dolorosa, ma, in fondo, affascinante presa di coscienza di sè stessi e del senso del proprio personale cammino esistenziale.
La scelta di quale sentiero intraprendere, ma, soprattutto, di come e con chi percorrerlo, sta a ciascun individuo, con la consapevolezza che la luce, senza tanti complimenti, verrà spenta - irrevocabilmente - quando meno lo si aspetta.

Valutazione: 10/10        

venerdì, 22 febbraio 2008

INTO THE WILD di Sean Penn

"Into the wild", l'ultima fatica di un grande Sean Penn, è un capolavoro.
Difficile definire diversamente un'opera mirabile, toccante e intensa, un così totale e totalizzante atto d'amore per un'umanità, cieca e ottusa, che ha smarrito la Via da così tanto tempo - e in maniera tanto profonda - da essersi dimenticata, probabilmente, di averla mai avuta.
Sono pochi, pochissimi, infatti, i film che sanno entrare con tale acutezza e veemenza nell'animo e nel cuore dello spettatore, riuscendo ad insinuare dubbi esistenziali e domande - così urgentemente sovversive - non facilmente dimenticabili o soprassedibili, nonostante il repentino reimmergerci nel nostro frenetico quotidiano, spesso sempre uguale a sè stesso.
Ci sono lavori, insomma, come questo splendido, magnifico, "Into the wild" che sanno trasmettere tutto questo, e che non nascono per scivolarsene via con superficiale facilità, ma sono concepiti, al contrario, e fortunatamente, per restare.
Christopher McCandless, giovane di buona famiglia, fresco di diploma al college, e con un brillante futuro, al classico bivio che si pone di fronte a ciascuno al momento di iniziare la vita da "adulti", decide improvvisamente di spiazzare tutti, scegliendo di seguire il proprio istinto, di rincorrere cioè quelle insopprimibili pulsioni libertarie che sente vibrare dentro di sè, per andare a vivere la Vita, a viverla nel modo più pieno e autentico possibile, e, alla fine, così "intensamente da perderla".
Sean Penn, regista che, film dopo film, si dimostra artista sempre più solido e maturo - ma già il lavoro d'esordio, quel "Lupo solitario" del 1991, faceva presagire grandi cose, per quello che sembrava "solo" un'ottimo attore - , autore anche della bellissima sceneggiatura - adattamento dell'omonimo romanzo di Jon Krakauer - firma un'opera sincera e quasi malickiana, pervasa da un'empatia e da un'intensità talmente radicali da essere quasi insostenibili, e nella quale la definitiva semplicità del messaggio, e la poetica, potente purezza della magistrale messa in scena, sanciscono la nascita di un classico, nonchè di quella che non potrà che essere la pellicola manifesto di intere generazioni.
Generazioni magari confuse, certamente senza più Bandiere o Ideali incrollabili, ma che hanno, comunque, più o meno sopita dentro di sè, l'aspirazione di poter scrivere - come Chris - la propria personale storia, prima degli ineluttabili titoli di coda.
Emile Hirsch (recentemente visto nell'"Alpha Dog" - altra "true story" - di Nick Cassavetes), un Chris McCandless perfetto e commovente, artefice di una performance attoriale di impressionante naturalezza, è lo strumento ideale che consente a Penn di prendere per mano il pubblico e di condurlo attraverso un viaggio esistenziale di abbacinante bellezza - dove il perdersi per poi ritrovarsi è tutt'altro che un trito modo di dire - , un viaggio che costringe a liberarsi dell'abusato superfluo che impoverisce ogni essere umano, per andare ad intraprendere un percorso di redenzione interiore, la cui conclusione non è altro che quello che dovrebbe, per ciascuno, essere invece il punto di partenza - sempre sottovalutato, e troppo spesso inascoltato, a favore delle assillanti sirene dell'inutile di una società nella quale consumare e avere è ormai più importante dell'essere  - , e cioè la riscoperta del senso più vero e più completo della propria Umanità, del proprio intimo Io interiore, unica, imprescindibile, e realmente risolutiva, chiave di lettura per la nostra vita e la nostra esistenza.

Grazie Sean, ma, soprattutto, grazie, di cuore, Chris. 

Valutazione: 10/10        

mercoledì, 30 gennaio 2008

HALLOWEEN di Rob Zombie.

Reinterpretare un classico non è mai impresa da poco.
L'esperimento può andare alla grande, con risultati ben al di sopra dell'originale - "La cosa" di Carpenter o "La mosca" di Cronenberg, due remake in grado di mettere in ombra le rispettive fonti di ispirazione - , ma si tratta di casi rarissimi, eccezioni che confermano la ferrea regola che consiglierebbe (ai più) di astenersi con prudenza.
Il recente successo - e l'apprezzabile risultato artistico - di pellicole come il "Non aprite quella porta" (e relativo prequel) di Marcus Nispel, o "L'alba dei morti viventi", a firma del promettente Zach "300" Snyder, ha indotto i fratelli Weinstein (ex-Miramax) a finanziare - insieme a Malek Akkad, figlio di Moustapha, storico producer della serie - un azzardatissimo rifacimento del gioiello carpenteriano del 1978, quel mitico, epocale "Halloween", capostipite dell'interminabile saga del killer Michael Myers, nonchè, insieme a "Black Christmas" di Bob Clark - leggermente antecedente, per la verità - dell'intero filone degli slasher movies.
Rob Zombie, uno dei più interessanti autori del new horror di questi ultimi anni, dotato di una visione originale, forte, e molto personale del Genere - come il celebre dittico "La casa dei 1000 corpi" e "The devil's rejects" testimonia in tutta evidenza - , accettato, non senza qualche comprensibile tentennamento, l'arduo compito, si trova, purtroppo, a consegnare - ad un pubblico esigentissimo e che lo aspettava al varco - una "mixed bag" con innegabili pregi, ma parecchi difetti, che ottiene il risultato di scontentare i fan più hardcore e di far, però, felice allo stesso tempo il box-office (con un incasso di 60 milioni di dollari solo nei cinema del nord america).
Zombie, nella triplice veste di regista, sceneggiatore e produttore, aggiorna, con il suo stile ruvido, sporco e muscolare - e senza rinunciare alle abituali pennellate di pop-culture anni '70, pur, qui, inserite in un contesto moderno - la storia, nota e ormai classica, dell'assassino bambino Michael Myers, che a soli 10 anni stermina la propria famiglia nella notte del 31 ottobre, per diventare poi, vent'anni dopo, uno dei più feroci e inarrestabili killer seriali che l'America cinematografica abbia mai raccontato.
A differenza che nella pellicola di Carpenter, il prologo sulla giovinezza del mostro - un efficacissimo Daeg Faerch, insieme tenero e sinistramente malato - si dilunga nell'illustrarne i soprusi subiti da coetanei e compagni di scuola, con il lento, inesorabile, affiorare della follia in un contesto familiare distratto - la madre Sheri Moon - , quando non apertamente ostile - il padre "adottivo" William Forsythe.
L'esplosione della furia omicida di Myers, e il conseguente ricovero in un ospedale psichiatrico - dal quale lo stesso fuggirà ormai adulto compiendo un'altra strage - , portano poi la storia sui noti binari, con The Shape di ritorno nella natia Haddonfield per chiudere, nel sangue, l'unico capitolo irrisolto delle sua travagliata infanzia.
Ed è qui, nella seconda parte, che a mostrarsi chiaramente irrisolto è, però, anche il film.
Zombie, infatti, umanizzando e "spiegando" il Male, ne disperde buona parte dell'alone di inquietante mistero che lo rendeva, nell'originale, sinistro e terribile, e quindi Myers, pur con l'ottima performance, molto fisica, di un minaccioso Tyler Mane, "buca" lo schermo in modo di gran lunga meno incisivo che in altre sue apparizioni.
Al termine della visione, il nuovo "Halloween" si dimostra come l'opera fin qui meno personale del regista de "La casa del diavolo", un lavoro, cioè, nel quale Zombie si limita spesso ad un'esposizione quasi meccanica di fatti e sequenze, con l'effetto di farlo apparire, a tratti, come una mera riproposizione della concatenazione di eventi già noti dal primo film.
Certo, rispetto a trent'anni fa aumenta la dose di brutalità e violenza - sempre inferiore, comunque, agli analoghi prodotti di marca europea, vedi il francese, simile per toni e tematiche, "Alta tensione" di Aja - , e non mancano i momenti riusciti - molto bello, ad esempio, il furioso incontro/scontro finale nella casa, tra Myers e Laurie Strode (Scout Taylor-Compton) - o i "bonus" - scenografie convincenti e suggestive, bella fotografia calda e "d'annata", apparizioni, nel cast, di volti noti agli appassionati come, oltre al Dr. Loomis di un buon Malcolm Mc Dowell, Udo Kier, Danny Trejo, Brad Dourif, Ken Foree, Sid Haig, Danielle Harris, Bill Moseley, Richard Lynch - di una pellicola che vanta, non va dimenticato, un impianto produttivo di tutto rispetto.
Ciò che ci si aspettava, però, ed era lecito attendersi da Zombie, era una reale reinvenzione, attraverso lo sguardo di un autore interessante e tuttaltro che banale, di una classic tale già tante volte copiata, ripresa e imitata, e che qui viene riproposta all'interno di una pellicola solida e diligentemente diretta, ma priva dell'energia creativa, e della visionarietà registica, che avrebbe sicuramente meritato.

Valutazione: 6/10     

lunedì, 07 gennaio 2008

LA PROMESSA DELL'ASSASSINO di David Cronenberg

A due anni di distanza dal mirabile "A history of violence", il regista canadese David Cronenberg - "La mosca", "Crash", "Scanners", ma si tratta di uno di quei "big names" la cui lista di cult movies è lunga quanto una carriera intera - torna a raccontarci di un'altra, estrema, e non meno morbosamente affascinante, "storia di violenza".
Qui lo scenario si trasferisce, dalla sonnacchiosa campagna americana, al rutilante, vorticoso, melting-pot londinese, nella realtà cangiante e frenetica di una città che ama da sempre nutrirsi di contaminazioni e incroci tra i più diversi mondi e culture, criminalità - organizzata - naturalmente inclusa.
Nel film, sceneggiato con abilità da Steve Knight, il plot ruota attorno alla potente famiglia capeggiata dall'anziano Semyon (Armin Mueller-Stahl), temuto esponente della mafia russa riparato qualche anno prima a Londra per sfuggire al braccio violento dei servizi segreti della Madrepatria.
Semyon, che gestisce come copertura il ristorante Trans Siberian, quartier generale dei propri illegali traffici, ama occuparsi con la stessa spietata fermezza degli affari e del rapporto con l'arrogante e tormentato figlio Kirill (Vincent Cassel), mentre il fidato autista Nikolai (Viggo Mortensen), singolare quanto sinistro "angelo custode" delle più delicate questioni di Famiglia, attende con pazienza la giusta ricompensa per tanta devozione.
L'incontro con Anna (Naomi Watts), ostetrica di un ospedale cittadino - a cui la vita non ha fino a quel momento risparmiato alcune delle sue più dolorose sferzate - ossessionata dalla necessità di ottenere risposte in merito alla morte di una sconosciuta e giovanissima ragazza-madre - e in merito alle scomode, per Semyon e i suoi, rivelazioni contenute in un diario-biografia pieno di terribili quanto pericolosi segreti - , farà da irreversibile, dirompente detonatore per le contraddizioni e i fragili equilibri di un sottobosco criminale fondato sulla violenza e su un crudele, distorto senso della lealtà e dell'onore, ma pervaso, in realtà, da uno sconfinato e tragico senso di disperazione e solitudine senza possibilità ritorno o rendenzione.
Diversamente dalla precedente pellicola - tratta dalla graphic novel di John Wagner e Vince Locke - , non ci si trova, qui, di fronte ad un nuovo saggio sulla violenza e i suoi oscuri effetti sull'animo umano, bensì ad una robusta crime story ben scritta e ottimamente interpretata, il cui decisivo salto di qualità lo si deve alla raffinatezza registica di un autore il quale, anche quando si accosta al Genere - horror, fantascienza o gangster-movie poco importa - lo fa sempre con la classe e la maestria dei grandi.
"La promessa dell'assassino", - che comunque vive anche delle memorabili prove di un Viggo Mortensen sempre più star assoluta per presenza scenica e sensibilità recitativa, e di una bravissima e commovente Naomi Watts, la cui sofferta Anna Khitrova abita a lungo la memoria dello spettatore anche a parecchio tempo dalla visione del film - è, infatti, un lavoro incisivo e di assoluto spessore, illuminato, certo, da lampi di sequenze di bruciante e sontuosa bellezza - come, ad esempio, l'ormai famosa fight scene del bagno turco o quella, cruciale e drammaticamente rivelatrice, della "promozione" di Nikolai di fronte al Consiglio dei Vor - , ma che è reso definitivamente grande dalla lucidità dello "sguardo" e della visione registica di un Cronenberg - ancora- in stato di grazia.
"Eastern promises" - che differenza rispetto ad un titolo italiano decisamente banale e poco evocativo rispetto a quello originale - è, in conclusione, un cinema vivido e pulsante, di sentimenti infranti e promesse perdute, dove i sogni e la speranza possono, quasi come un'araba fenice, risorgere proprio dalle ceneri di quell'umanità, crudele e disillusa, tanto abituata a farne scellerato scempio.  

Valutazione: 8/10    

domenica, 16 dicembre 2007

HITMAN di Xavier Gens.

Con la singolare eccezione di Roger Ebert - sorta di Mereghetti americano, celebre come abituale stroncatore dei lavori dell'"incompreso" Roland Emmerich - , la quasi totalità della critica USA - tipicamente più generosa di quella del Vecchio Continente nei confronti del cinema di largo consumo a scarso tasso intellettuale - non si è fatta per nulla pregare nell'elargire sonore stroncature a questo "Hitman" di Xavier Gens.
Preconcetti generalizzati nei confronti di ogni trasposizione filmica che abbia come source material un famoso videogame - qui il titolo omonimo della Eidos Interactive - ?
Può darsi.
Certo è che la pellicola, scritta da Skip Woods ("Codice: Swordfish" con John Travolta e Hugh Jackman) e prodotta da Luc Besson, non si sforza quasi per nulla per tentare di elevarsi dalla (mediocre) routine, prestando, al contrario, il fianco alle più feroci critiche con la stessa noncuranza con cui l'Agente 47 sfida le raffiche dei proiettili dei suoi interminabili avversari.
Il film ha un buon avvio, con i titoli di testa che scorrono sulle note dell'Ave Maria di Schubert, mentre le immagini raccontano della cruda genesi e degli infausti sviluppi del misterioso progetto segreto che ha portato alla creazione degli infallibili, e temutissimi, Hitmen.
Lo sviluppo del racconto, con il protagonista - un convincente Timothy Olyphant che si conferma interprete di qualità dopo l'exploit del magnifico "Deadwood" televisivo, impersonando con spietato disincanto e singolare grazia una disumana macchina per uccidere ricca di umanissime contraddizioni - non è però all'altezza delle interessanti premesse, con sceneggiatore e regista che scelgono di accompagnare lo spettatore attraverso una lunga serie di artefatti lughi comuni, e scene che sanno di risaputo o già visto, interrotte quà e là da occasionali lampi - la brutale sequenza africana, ad esempio, o alcuni siparietti dell'Agente 47 - insufficienti comunque per risvegliare opera e pubblico dal torpore - di ritmo e idee - generale.
All'eleganza dell'intrigante title character non ne corrisponde, insomma, una identica a livello di forma e contenuto della pellicola che prova a raccontarne le gesta, la quale, al contrario, con un incedere narrativo disarmonico e abbastanza confuso, non è in grado di predisporre una cornice adeguata -  nè dal punto di vista della storia, nè, tantomeno dei personaggi - per un anti-eroe indubbiamente indovinato e capace, per presenza scenica, di bucare lo schermo.
Lo script di Woods - che, pur senza strafare, si era dimostrato autore ben più preciso e interessante con lo "Swordfish" di Dominic Sena del 2001 - qui non ne indovina, infatti, praticamente una, dal confuso e pretestuoso complotto che colpisce 47, alla sua risibile, abbozzata love-story con Nika (un'imbarazzante Olga Kurylenko), per non parlare di una schiera di villain e controparti - il detective dell'Interpol di Dougray Scott o l'agente russo impersonato da Robert Knepper (strepitoso T-Bag in "Prison Break") - di scarso spessore e davvero impalpabili.
Restano all'attivo, oltre, come detto, all'interpretazione azzeccata di Olyphant, la bruciante e stilizzata violenza nonchè una certa visione "nera" della realtà geopolitica e dei rapporti internazionali - basati quasi esclusivamente sul cinismo e la volontà di sopraffazione dell'altro - lucidamente scevra di ipocrisie o buonismi di sorta.
E' già qualcosa per evitare a "Hitman" (produttore esecutivo Vin Diesel, che in un primo tempo ne avrebbe dovuto essere la star) di finire direttamente nell'oblio del cine-superfluo, ma ancora troppo poco perchè si possa - con questo ennesimo prodotto "games-to movies" realizzato con eccessiva approssimazione e leggerezza creativa - realmente parlare di (buon) cinema.

Valutazione: 5/10

lunedì, 10 dicembre 2007

LA LEGGENDA DI BEOWULF di Robert Zemeckis.

Potente, visionario, e disperato.
Questa rivisitazione del mito nordico di Beowulf, per mano del sempre interessante Robert "Ritorno al futuro" Zemeckis - sorta di fratellino minore, in senso buono, di Steven Spielberg, ma di certo meno solare e ottimista - , si potrebbe benissimo condensare in questi tre aggettivi.
Come nel precedente, ma non riuscitissimo, "The polar express", la storia scelta dal regista per trasportare il pubblico in un nuovo mondo fantastico ricreato in CGI - con la tecnica del motion-capture - è semplice, immediata e piuttosto lineare (al punto da sembrare, a tratti, ma in apparenza questa volta, un po' banale e risaputa).
Approfittando del talento di sceneggiatori del calibro di Roger Avary ("Killing Zoe") e Neil Gaiman ("Sandman", tuttora orfano di un adattamento cinematografico, e "Stardust"), Zemeckis, quasi alla maniera di un cantastorie d'altri tempi, rispolvera la leggenda del guerriero Beowulf e del mostro Grendel, riproponendo la storia del loro cruento scontro nella cornice suggestiva di un regno scandinavo pre-medievale, flagellato da un'antica e temibile maledizione.
Il plot sulle prime appare schematico - l'eroe impavido, pur se arrogante e innamorato di sè stesso, la creatura immonda da sconfiggere, il trono da conquistare, sebbene a caro prezzo - e lo scorrere degli eventi è parzialmente prevedibile, ma, a guardare il fine ultimo dell'opera, trattasi di difetti minori e di superficie, se non proprio trascurabili.
Negli interstizi di un'intelaiatura familiare, infatti, Zemeckis e i suoi autori sono bravissimi ad inserire un sottotesto amaro e pessimistico, malinconica e struggente elegia di ogni artefatto eroismo e trionfalismo, realizzando una ballata epica livida e disincantata, tanto spettacolare quanto impietosa e cruda nello sviscerare le ombre, e gli atavici vizi e debolezze, in cui da sempre si dibatte l'animo umano.
"La leggenda di Beowulf" non celebra - lo hanno già fatto in tanti - la vittoria del Bene contro chissà quale minaccia o nemico, ma bensì - e qui sta il suo vero pregio, più che nell'ottima, indiscutibile, resa tecnica dell'ambientazione e della recitazione "digitale" - sceglie di trattare con una sincera commiserazione e pietà i propri personaggi, i quali - re, regine, impavidi barbari venuti dal mare, semplici servi o contadini - nonostante la tracotanza, la boria, l'incosciente spavalderia di alcuni, non sono altro - tutti - che fragili creature indifese di fronte all'ineluttabile fascino e alla spietata brutalità del Male.
Il "Beowulf" di Zemeckis - a cui prestano voce e pixel un energico Ray Winstone, nel ruolo del titolo, Brendan Gleeson (il fedele Wiglaf), Anthony Hopkins (Re Hrothgar), Robin Wright-Penn (la Regina Wealthow), Crispin Glover (Grendel), una luciferina Angelina Jolie (il demone madre del mostro), oltre a John Malkovich e Alison Lohman - insomma, pur con qualche occasionale caduta di ritmo, resta una favola adulta e ossessivamente truce, capace di rinvigorire, con una messa in scena "essenziale", ma di classe e prepotentemente evocativa, l'appeal del buon fantasy old-style.
Un genere certamente ricchissimo di potenzialità narrative e commerciali che però, dopo l'indimenticata Trilogia dell'Anello firmata Peter Jackson, fatica ancora - nonostante quel trionfo di critica e box-office - a trovare pellicole in grado di raccoglierne, almeno in parte, la pesante eredità. 

Valutazione: 7/10