sabato, 01 marzo 2008

NON E' UN PAESE PER VECCHI di Joel e Ethan Coen.

I tempi cambiano. E quando lo fanno, di solito, quasi sempre, lo fanno in peggio.
E' solo una delle tante morali che, di primissimo acchito, si potrebbero desumere da questo straniante, ipnotico, sommesso, ma, allo stesso tempo, sontuoso capolavoro - fresco vincitore di quattro Oscar - girato da quei geniali filmakers - ultimamente, però, un po' impantanati in una sorta di "pausa" creativa - dei fratelli Coen.
"Non è un paese per vecchi", abilmente adattato dagli stessi Coen dal romanzo "No country for old men" di Cormac McCarthy, è un film tarantiniano per sottrazione che, alla straripante - ma magistrale - logorrea pop di un "Pulp Fiction", vi sostituisce i silenzi, e un eastwoodiano, malinconico rimpianto per un'America - o meglio un'idea di America - , che, se mai c'è davvero stata, di certo, ora, va via via sempre più scomparendo.
La follia, l'avidità, la violenza - e bene fanno gli autori a spingere sul pedale del crudo e dell'esplicito, mostrando ogni omicidio in tutto il suo inevitabile orrore - permeano ormai ogni lembo di quella che - ovunque - un tempo era terra di frontiera, mentre la fuga verso la ricchezza, o la ricerca di una sorta di pace interiore o di una qualche salvezza, malgrado ogni elaborata strategia - l'ostinato, ai limiti della più plateale ottusità, personaggio di un solido Josh Brolin - , nonostante qualsivoglia baluardo morale eretto con la fierezza dei padri - lo sceriffo interpretato da un sontuoso Tommy Lee Jones - , o bislacche "regole d'onore", che impediscano anche ai malvagi di precipitare nel più profondo dell'abisso - il Carson Wells di un ritrovato e convincente Woody Harrelson - , sono destinate, come ogni fragile, fallace progetto umano, ad essere frustrate senza tanti complimenti da un Destino, amaro e beffardo, che non fa sconti - e non ha alcuna intenzione di farne - a nessuno.
Che a tale scopo decida di servirsi delle gesta di un semi-inarrestabile killer demoniaco, prigioniero della propria delirante follia - l'Anton Chigurh di uno strepitoso Javier Bardem, da applausi ad ogni singola sequenza - , o del più prosaico, ma altrettanto impietoso, scorrere del tempo, probabilmente davvero poco importa.
"Non è un paese per vecchi" - una produzione Coen Bros. con Scott Rudin - , lavoro estremamente elaborato e complesso nella sua apparente, lineare semplicità, partendo da un plot criminale alla Elmore Leonard, si diverte a raffigurare la vita come una graduale, a volte cruenta, certamente dolorosa, ma, in fondo, affascinante presa di coscienza di sè stessi e del senso del proprio personale cammino esistenziale.
La scelta di quale sentiero intraprendere, ma, soprattutto, di come e con chi percorrerlo, sta a ciascun individuo, con la consapevolezza che la luce, senza tanti complimenti, verrà spenta - irrevocabilmente - quando meno lo si aspetta.

Valutazione: 10/10        

venerdì, 22 febbraio 2008

INTO THE WILD di Sean Penn

"Into the wild", l'ultima fatica di un grande Sean Penn, è un capolavoro.
Difficile definire diversamente un'opera mirabile, toccante e intensa, un così totale e totalizzante atto d'amore per un'umanità, cieca e ottusa, che ha smarrito la Via da così tanto tempo - e in maniera tanto profonda - da essersi dimenticata, probabilmente, di averla mai avuta.
Sono pochi, pochissimi, infatti, i film che sanno entrare con tale acutezza e veemenza nell'animo e nel cuore dello spettatore, riuscendo ad insinuare dubbi esistenziali e domande - così urgentemente sovversive - non facilmente dimenticabili o soprassedibili, nonostante il repentino reimmergerci nel nostro frenetico quotidiano, spesso sempre uguale a sè stesso.
Ci sono lavori, insomma, come questo splendido, magnifico, "Into the wild" che sanno trasmettere tutto questo, e che non nascono per scivolarsene via con superficiale facilità, ma sono concepiti, al contrario, e fortunatamente, per restare.
Christopher McCandless, giovane di buona famiglia, fresco di diploma al college, e con un brillante futuro, al classico bivio che si pone di fronte a ciascuno al momento di iniziare la vita da "adulti", decide improvvisamente di spiazzare tutti, scegliendo di seguire il proprio istinto, di rincorrere cioè quelle insopprimibili pulsioni libertarie che sente vibrare dentro di sè, per andare a vivere la Vita, a viverla nel modo più pieno e autentico possibile, e, alla fine, così "intensamente da perderla".
Sean Penn, regista che, film dopo film, si dimostra artista sempre più solido e maturo - ma già il lavoro d'esordio, quel "Lupo solitario" del 1991, faceva presagire grandi cose, per quello che sembrava "solo" un'ottimo attore - , autore anche della bellissima sceneggiatura - adattamento dell'omonimo romanzo di Jon Krakauer - firma un'opera sincera e quasi malickiana, pervasa da un'empatia e da un'intensità talmente radicali da essere quasi insostenibili, e nella quale la definitiva semplicità del messaggio, e la poetica, potente purezza della magistrale messa in scena, sanciscono la nascita di un classico, nonchè di quella che non potrà che essere la pellicola manifesto di intere generazioni.
Generazioni magari confuse, certamente senza più Bandiere o Ideali incrollabili, ma che hanno, comunque, più o meno sopita dentro di sè, l'aspirazione di poter scrivere - come Chris - la propria personale storia, prima degli ineluttabili titoli di coda.
Emile Hirsch (recentemente visto nell'"Alpha Dog" - altra "true story" - di Nick Cassavetes), un Chris McCandless perfetto e commovente, artefice di una performance attoriale di impressionante naturalezza, è lo strumento ideale che consente a Penn di prendere per mano il pubblico e di condurlo attraverso un viaggio esistenziale di abbacinante bellezza - dove il perdersi per poi ritrovarsi è tutt'altro che un trito modo di dire - , un viaggio che costringe a liberarsi dell'abusato superfluo che impoverisce ogni essere umano, per andare ad intraprendere un percorso di redenzione interiore, la cui conclusione non è altro che quello che dovrebbe, per ciascuno, essere invece il punto di partenza - sempre sottovalutato, e troppo spesso inascoltato, a favore delle assillanti sirene dell'inutile di una società nella quale consumare e avere è ormai più importante dell'essere  - , e cioè la riscoperta del senso più vero e più completo della propria Umanità, del proprio intimo Io interiore, unica, imprescindibile, e realmente risolutiva, chiave di lettura per la nostra vita e la nostra esistenza.

Grazie Sean, ma, soprattutto, grazie, di cuore, Chris. 

Valutazione: 10/10        

mercoledì, 30 gennaio 2008

HALLOWEEN di Rob Zombie.

Reinterpretare un classico non è mai impresa da poco.
L'esperimento può andare alla grande, con risultati ben al di sopra dell'originale - "La cosa" di Carpenter o "La mosca" di Cronenberg, due remake in grado di mettere in ombra le rispettive fonti di ispirazione - , ma si tratta di casi rarissimi, eccezioni che confermano la ferrea regola che consiglierebbe (ai più) di astenersi con prudenza.
Il recente successo - e l'apprezzabile risultato artistico - di pellicole come il "Non aprite quella porta" (e relativo prequel) di Marcus Nispel, o "L'alba dei morti viventi", a firma del promettente Zach "300" Snyder, ha indotto i fratelli Weinstein (ex-Miramax) a finanziare - insieme a Malek Akkad, figlio di Moustapha, storico producer della serie - un azzardatissimo rifacimento del gioiello carpenteriano del 1978, quel mitico, epocale "Halloween", capostipite dell'interminabile saga del killer Michael Myers, nonchè, insieme a "Black Christmas" di Bob Clark - leggermente antecedente, per la verità - dell'intero filone degli slasher movies.
Rob Zombie, uno dei più interessanti autori del new horror di questi ultimi anni, dotato di una visione originale, forte, e molto personale del Genere - come il celebre dittico "La casa dei 1000 corpi" e "The devil's rejects" testimonia in tutta evidenza - , accettato, non senza qualche comprensibile tentennamento, l'arduo compito, si trova, purtroppo, a consegnare - ad un pubblico esigentissimo e che lo aspettava al varco - una "mixed bag" con innegabili pregi, ma parecchi difetti, che ottiene il risultato di scontentare i fan più hardcore e di far, però, felice allo stesso tempo il box-office (con un incasso di 60 milioni di dollari solo nei cinema del nord america).
Zombie, nella triplice veste di regista, sceneggiatore e produttore, aggiorna, con il suo stile ruvido, sporco e muscolare - e senza rinunciare alle abituali pennellate di pop-culture anni '70, pur, qui, inserite in un contesto moderno - la storia, nota e ormai classica, dell'assassino bambino Michael Myers, che a soli 10 anni stermina la propria famiglia nella notte del 31 ottobre, per diventare poi, vent'anni dopo, uno dei più feroci e inarrestabili killer seriali che l'America cinematografica abbia mai raccontato.
A differenza che nella pellicola di Carpenter, il prologo sulla giovinezza del mostro - un efficacissimo Daeg Faerch, insieme tenero e sinistramente malato - si dilunga nell'illustrarne i soprusi subiti da coetanei e compagni di scuola, con il lento, inesorabile, affiorare della follia in un contesto familiare distratto - la madre Sheri Moon - , quando non apertamente ostile - il padre "adottivo" William Forsythe.
L'esplosione della furia omicida di Myers, e il conseguente ricovero in un ospedale psichiatrico - dal quale lo stesso fuggirà ormai adulto compiendo un'altra strage - , portano poi la storia sui noti binari, con The Shape di ritorno nella natia Haddonfield per chiudere, nel sangue, l'unico capitolo irrisolto delle sua travagliata infanzia.
Ed è qui, nella seconda parte, che a mostrarsi chiaramente irrisolto è, però, anche il film.
Zombie, infatti, umanizzando e "spiegando" il Male, ne disperde buona parte dell'alone di inquietante mistero che lo rendeva, nell'originale, sinistro e terribile, e quindi Myers, pur con l'ottima performance, molto fisica, di un minaccioso Tyler Mane, "buca" lo schermo in modo di gran lunga meno incisivo che in altre sue apparizioni.
Al termine della visione, il nuovo "Halloween" si dimostra come l'opera fin qui meno personale del regista de "La casa del diavolo", un lavoro, cioè, nel quale Zombie si limita spesso ad un'esposizione quasi meccanica di fatti e sequenze, con l'effetto di farlo apparire, a tratti, come una mera riproposizione della concatenazione di eventi già noti dal primo film.
Certo, rispetto a trent'anni fa aumenta la dose di brutalità e violenza - sempre inferiore, comunque, agli analoghi prodotti di marca europea, vedi il francese, simile per toni e tematiche, "Alta tensione" di Aja - , e non mancano i momenti riusciti - molto bello, ad esempio, il furioso incontro/scontro finale nella casa, tra Myers e Laurie Strode (Scout Taylor-Compton) - o i "bonus" - scenografie convincenti e suggestive, bella fotografia calda e "d'annata", apparizioni, nel cast, di volti noti agli appassionati come, oltre al Dr. Loomis di un buon Malcolm Mc Dowell, Udo Kier, Danny Trejo, Brad Dourif, Ken Foree, Sid Haig, Danielle Harris, Bill Moseley, Richard Lynch - di una pellicola che vanta, non va dimenticato, un impianto produttivo di tutto rispetto.
Ciò che ci si aspettava, però, ed era lecito attendersi da Zombie, era una reale reinvenzione, attraverso lo sguardo di un autore interessante e tuttaltro che banale, di una classic tale già tante volte copiata, ripresa e imitata, e che qui viene riproposta all'interno di una pellicola solida e diligentemente diretta, ma priva dell'energia creativa, e della visionarietà registica, che avrebbe sicuramente meritato.

Valutazione: 6/10     

lunedì, 07 gennaio 2008

LA PROMESSA DELL'ASSASSINO di David Cronenberg

A due anni di distanza dal mirabile "A history of violence", il regista canadese David Cronenberg - "La mosca", "Crash", "Scanners", ma si tratta di uno di quei "big names" la cui lista di cult movies è lunga quanto una carriera intera - torna a raccontarci di un'altra, estrema, e non meno morbosamente affascinante, "storia di violenza".
Qui lo scenario si trasferisce, dalla sonnacchiosa campagna americana, al rutilante, vorticoso, melting-pot londinese, nella realtà cangiante e frenetica di una città che ama da sempre nutrirsi di contaminazioni e incroci tra i più diversi mondi e culture, criminalità - organizzata - naturalmente inclusa.
Nel film, sceneggiato con abilità da Steve Knight, il plot ruota attorno alla potente famiglia capeggiata dall'anziano Semyon (Armin Mueller-Stahl), temuto esponente della mafia russa riparato qualche anno prima a Londra per sfuggire al braccio violento dei servizi segreti della Madrepatria.
Semyon, che gestisce come copertura il ristorante Trans Siberian, quartier generale dei propri illegali traffici, ama occuparsi con la stessa spietata fermezza degli affari e del rapporto con l'arrogante e tormentato figlio Kirill (Vincent Cassel), mentre il fidato autista Nikolai (Viggo Mortensen), singolare quanto sinistro "angelo custode" delle più delicate questioni di Famiglia, attende con pazienza la giusta ricompensa per tanta devozione.
L'incontro con Anna (Naomi Watts), ostetrica di un ospedale cittadino - a cui la vita non ha fino a quel momento risparmiato alcune delle sue più dolorose sferzate - ossessionata dalla necessità di ottenere risposte in merito alla morte di una sconosciuta e giovanissima ragazza-madre - e in merito alle scomode, per Semyon e i suoi, rivelazioni contenute in un diario-biografia pieno di terribili quanto pericolosi segreti - , farà da irreversibile, dirompente detonatore per le contraddizioni e i fragili equilibri di un sottobosco criminale fondato sulla violenza e su un crudele, distorto senso della lealtà e dell'onore, ma pervaso, in realtà, da uno sconfinato e tragico senso di disperazione e solitudine senza possibilità ritorno o rendenzione.
Diversamente dalla precedente pellicola - tratta dalla graphic novel di John Wagner e Vince Locke - , non ci si trova, qui, di fronte ad un nuovo saggio sulla violenza e i suoi oscuri effetti sull'animo umano, bensì ad una robusta crime story ben scritta e ottimamente interpretata, il cui decisivo salto di qualità lo si deve alla raffinatezza registica di un autore il quale, anche quando si accosta al Genere - horror, fantascienza o gangster-movie poco importa - lo fa sempre con la classe e la maestria dei grandi.
"La promessa dell'assassino", - che comunque vive anche delle memorabili prove di un Viggo Mortensen sempre più star assoluta per presenza scenica e sensibilità recitativa, e di una bravissima e commovente Naomi Watts, la cui sofferta Anna Khitrova abita a lungo la memoria dello spettatore anche a parecchio tempo dalla visione del film - è, infatti, un lavoro incisivo e di assoluto spessore, illuminato, certo, da lampi di sequenze di bruciante e sontuosa bellezza - come, ad esempio, l'ormai famosa fight scene del bagno turco o quella, cruciale e drammaticamente rivelatrice, della "promozione" di Nikolai di fronte al Consiglio dei Vor - , ma che è reso definitivamente grande dalla lucidità dello "sguardo" e della visione registica di un Cronenberg - ancora- in stato di grazia.
"Eastern promises" - che differenza rispetto ad un titolo italiano decisamente banale e poco evocativo rispetto a quello originale - è, in conclusione, un cinema vivido e pulsante, di sentimenti infranti e promesse perdute, dove i sogni e la speranza possono, quasi come un'araba fenice, risorgere proprio dalle ceneri di quell'umanità, crudele e disillusa, tanto abituata a farne scellerato scempio.  

Valutazione: 8/10    

domenica, 16 dicembre 2007

HITMAN di Xavier Gens.

Con la singolare eccezione di Roger Ebert - sorta di Mereghetti americano, celebre come abituale stroncatore dei lavori dell'"incompreso" Roland Emmerich - , la quasi totalità della critica USA - tipicamente più generosa di quella del Vecchio Continente nei confronti del cinema di largo consumo a scarso tasso intellettuale - non si è fatta per nulla pregare nell'elargire sonore stroncature a questo "Hitman" di Xavier Gens.
Preconcetti generalizzati nei confronti di ogni trasposizione filmica che abbia come source material un famoso videogame - qui il titolo omonimo della Eidos Interactive - ?
Può darsi.
Certo è che la pellicola, scritta da Skip Woods ("Codice: Swordfish" con John Travolta e Hugh Jackman) e prodotta da Luc Besson, non si sforza quasi per nulla per tentare di elevarsi dalla (mediocre) routine, prestando, al contrario, il fianco alle più feroci critiche con la stessa noncuranza con cui l'Agente 47 sfida le raffiche dei proiettili dei suoi interminabili avversari.
Il film ha un buon avvio, con i titoli di testa che scorrono sulle note dell'Ave Maria di Schubert, mentre le immagini raccontano della cruda genesi e degli infausti sviluppi del misterioso progetto segreto che ha portato alla creazione degli infallibili, e temutissimi, Hitmen.
Lo sviluppo del racconto, con il protagonista - un convincente Timothy Olyphant che si conferma interprete di qualità dopo l'exploit del magnifico "Deadwood" televisivo, impersonando con spietato disincanto e singolare grazia una disumana macchina per uccidere ricca di umanissime contraddizioni - non è però all'altezza delle interessanti premesse, con sceneggiatore e regista che scelgono di accompagnare lo spettatore attraverso una lunga serie di artefatti lughi comuni, e scene che sanno di risaputo o già visto, interrotte quà e là da occasionali lampi - la brutale sequenza africana, ad esempio, o alcuni siparietti dell'Agente 47 - insufficienti comunque per risvegliare opera e pubblico dal torpore - di ritmo e idee - generale.
All'eleganza dell'intrigante title character non ne corrisponde, insomma, una identica a livello di forma e contenuto della pellicola che prova a raccontarne le gesta, la quale, al contrario, con un incedere narrativo disarmonico e abbastanza confuso, non è in grado di predisporre una cornice adeguata -  nè dal punto di vista della storia, nè, tantomeno dei personaggi - per un anti-eroe indubbiamente indovinato e capace, per presenza scenica, di bucare lo schermo.
Lo script di Woods - che, pur senza strafare, si era dimostrato autore ben più preciso e interessante con lo "Swordfish" di Dominic Sena del 2001 - qui non ne indovina, infatti, praticamente una, dal confuso e pretestuoso complotto che colpisce 47, alla sua risibile, abbozzata love-story con Nika (un'imbarazzante Olga Kurylenko), per non parlare di una schiera di villain e controparti - il detective dell'Interpol di Dougray Scott o l'agente russo impersonato da Robert Knepper (strepitoso T-Bag in "Prison Break") - di scarso spessore e davvero impalpabili.
Restano all'attivo, oltre, come detto, all'interpretazione azzeccata di Olyphant, la bruciante e stilizzata violenza nonchè una certa visione "nera" della realtà geopolitica e dei rapporti internazionali - basati quasi esclusivamente sul cinismo e la volontà di sopraffazione dell'altro - lucidamente scevra di ipocrisie o buonismi di sorta.
E' già qualcosa per evitare a "Hitman" (produttore esecutivo Vin Diesel, che in un primo tempo ne avrebbe dovuto essere la star) di finire direttamente nell'oblio del cine-superfluo, ma ancora troppo poco perchè si possa - con questo ennesimo prodotto "games-to movies" realizzato con eccessiva approssimazione e leggerezza creativa - realmente parlare di (buon) cinema.

Valutazione: 5/10

lunedì, 10 dicembre 2007

LA LEGGENDA DI BEOWULF di Robert Zemeckis.

Potente, visionario, e disperato.
Questa rivisitazione del mito nordico di Beowulf, per mano del sempre interessante Robert "Ritorno al futuro" Zemeckis - sorta di fratellino minore, in senso buono, di Steven Spielberg, ma di certo meno solare e ottimista - , si potrebbe benissimo condensare in questi tre aggettivi.
Come nel precedente, ma non riuscitissimo, "The polar express", la storia scelta dal regista per trasportare il pubblico in un nuovo mondo fantastico ricreato in CGI - con la tecnica del motion-capture - è semplice, immediata e piuttosto lineare (al punto da sembrare, a tratti, ma in apparenza questa volta, un po' banale e risaputa).
Approfittando del talento di sceneggiatori del calibro di Roger Avary ("Killing Zoe") e Neil Gaiman ("Sandman", tuttora orfano di un adattamento cinematografico, e "Stardust"), Zemeckis, quasi alla maniera di un cantastorie d'altri tempi, rispolvera la leggenda del guerriero Beowulf e del mostro Grendel, riproponendo la storia del loro cruento scontro nella cornice suggestiva di un regno scandinavo pre-medievale, flagellato da un'antica e temibile maledizione.
Il plot sulle prime appare schematico - l'eroe impavido, pur se arrogante e innamorato di sè stesso, la creatura immonda da sconfiggere, il trono da conquistare, sebbene a caro prezzo - e lo scorrere degli eventi è parzialmente prevedibile, ma, a guardare il fine ultimo dell'opera, trattasi di difetti minori e di superficie, se non proprio trascurabili.
Negli interstizi di un'intelaiatura familiare, infatti, Zemeckis e i suoi autori sono bravissimi ad inserire un sottotesto amaro e pessimistico, malinconica e struggente elegia di ogni artefatto eroismo e trionfalismo, realizzando una ballata epica livida e disincantata, tanto spettacolare quanto impietosa e cruda nello sviscerare le ombre, e gli atavici vizi e debolezze, in cui da sempre si dibatte l'animo umano.
"La leggenda di Beowulf" non celebra - lo hanno già fatto in tanti - la vittoria del Bene contro chissà quale minaccia o nemico, ma bensì - e qui sta il suo vero pregio, più che nell'ottima, indiscutibile, resa tecnica dell'ambientazione e della recitazione "digitale" - sceglie di trattare con una sincera commiserazione e pietà i propri personaggi, i quali - re, regine, impavidi barbari venuti dal mare, semplici servi o contadini - nonostante la tracotanza, la boria, l'incosciente spavalderia di alcuni, non sono altro - tutti - che fragili creature indifese di fronte all'ineluttabile fascino e alla spietata brutalità del Male.
Il "Beowulf" di Zemeckis - a cui prestano voce e pixel un energico Ray Winstone, nel ruolo del titolo, Brendan Gleeson (il fedele Wiglaf), Anthony Hopkins (Re Hrothgar), Robin Wright-Penn (la Regina Wealthow), Crispin Glover (Grendel), una luciferina Angelina Jolie (il demone madre del mostro), oltre a John Malkovich e Alison Lohman - insomma, pur con qualche occasionale caduta di ritmo, resta una favola adulta e ossessivamente truce, capace di rinvigorire, con una messa in scena "essenziale", ma di classe e prepotentemente evocativa, l'appeal del buon fantasy old-style.
Un genere certamente ricchissimo di potenzialità narrative e commerciali che però, dopo l'indimenticata Trilogia dell'Anello firmata Peter Jackson, fatica ancora - nonostante quel trionfo di critica e box-office - a trovare pellicole in grado di raccoglierne, almeno in parte, la pesante eredità. 

Valutazione: 7/10 

domenica, 25 novembre 2007

THE BOURNE ULTIMATUM di Paul Greengrass.

Sono già cinque anni - dal 2002, data di uscita del primo capitolo "The Bourne identity" di Doug Liman, remake, o, piuttosto, restart della pellicola omonima di Roger Young del 1988 con Richard Chamberlain - che il pubblico cinematografico ha imparato a conoscere l'inarrestabile sete di verità e vendetta dell'inafferrabile - e pressochè infallibile - ex-operativo CIA Jason Bourne, interpretato dal suo volto-icona Matt Damon.
Con questo "The Bourne ultimatum", temporanea conclusione della frenetica trilogia, le inquietudini e i malesseri interiori dell'efficiente killer (pentito) di Stato creato, in piena guerra fredda, dallo scrittore Robert Ludlum, trovano finalmente le prime concrete giustificazioni e risposte e nel contempo, forse, le premesse per un agognato nuovo inizio.
Il film riparte più o meno da dove si era interrotto il n. 2, con Bourne inseguito dalla polizia Russa mentre cerca di lasciare il paese.
Sfuggito, ovviamente, all'invadente abbraccio delle forze dell'ordine, il nostro, sempre alla ricerca dei responsabili dell'originario progetto super-segreto che lo ha reso l'indistruttibile macchina per uccidere che è diventato, non tarda a farsi coinvolgere in una pericolosa fuga di informazioni riservate, che ha per protagonisti un dirigente pentito dell'Agenzia e un giovane giornalista inglese decisamente troppo curioso (Paddy Considine).
L'intreccio, potenzialmente devastante per alcuni alti membri CIA fin troppo dediti alla causa (interpretati da attori del calibro di David Strathairn, Scott Glenn e il grande, anche qui, Albert Finney), riporta presto Bourne in patria, con lo scopo di chiudere una volta per sempre i giochi dove questi sono iniziati.
Il film di Paul Greengrass, che dirige il personaggio per la seconda volta dopo "The Bourne supremacy", è un n. 3 di buon livello, con una prima mezz'ora intensissima, che, senza scadere di ritmo nemmeno per un attimo, riesce a coniugare action e racconto in maniera perfetta, facendo da ottima premessa per il prosieguo degli eventi.
Greengrass, partendo ancora da un soggetto di Tony Gilroy che adatta, rimaneggiandolo parecchio, il romanzo di Ludlum, si conferma un abilissimo regista d'azione, inserendo nella pellicola numerose sequenze da applauso (su tutte quella nella stazione londinese, raffinatissima per costruzione e rapidità di esecuzione, proprio alla...Bourne) e riuscendo nell'obiettivo di tenere alta la tensione fino praticamente ai titoli di coda.
Il lavoro di Greengrass ("Bloody Sunday") mantiene comunque nel complesso i vari pregi e difetti tipici della serie, a cominciare dalla collaudatissima struttura narrativa, agile certo, ma, a conti fatti, un po' troppo ripetitiva, con una trama che, faticando - soprattutto nella seconda parte - a trovare uno snodo nel racconto realmente risolutivo, si incarta più volte su sè stessa - anche se la bravura del regista copre le "pecche" quasi del tutto - dimostrando, come del resto aveva fatto il recente "Casino Royale", che non basta incupire script e personaggi perchè la lezione di stile e contenuti del faro (per il genere) "24" possa dirsi imparata fino in fondo.
In particolare, è proprio la mancanza di un autentico e credibile cuore morale della vicenda - che è forse invece il vero asso nella manica della magnifica serie FOX con Kiefer Sutherland - , è certo non può essere considerato tale il puerile "dilemma" CIA buona vs. CIA cattiva al centro del film, che impietosamente svela il carattere parzialmente artefatto di un'operazione molto ben confezionata e realizzata, terribilmente divertente, ma anche piuttosto superficiale.
Ciononostante, "The Bourne ultimatum", che non rinuncia, come ogni vero blockbuster, ad un cast importante - oltre ai già citati Damon & co., ci sono i graditi ritorni di Joan Allen, l'integerrima e lungimirante Pamela Landy, volto "buono" della CIA insieme alla collega Nicky Parsons (Julia Stiles) - , porta senz'altro a termine la sua mission di ipercinetico e ultramoderno entertainment hollywoodiano di nuova generazione, riuscendo a soddisfare, con i suoi circa 230 milioni di dollari di incassi - sul mercato del Nord America - , in un sol colpo il grande pubblico e i sempre più oculati -  e preoccupati - produttori delle major (qui Universal).

Valutazione: 7/10   

domenica, 04 novembre 2007

IL BUIO NELL'ANIMA di Neil Jordan.

E' un oggetto davvero anomalo e singolare questo "Il buio nell'anima" - in originale "The brave one", distribuito dalla Warner Bros sotto l'egida del "re" dell'action USA Joel Silver - ultimo, folgorante lavoro di quel grande e mai banale regista che è l'irlandese Neil Jordan.
Interpretato da una Jodie Foster - anche produttrice esecutiva - che definire in stato di grazia equivale qui appena ad un pallido eufemismo, il film - scritto da Roderick Taylor, Bruce A. Taylor e Cynthia Mort - ripropone al grande pubblico un tema tanto attuale, quanto controverso e delicato, come quello della "sbrigativa" pena di morte da vendetta privata, spingendosi fino ad esplorarne gli aspetti più morbosamente oscuri e socialmente dirompenti, evitando con cura, allo stesso tempo, quella rassicurante frenesia spettacolarizzatrice che il più delle volte accompagna - e anestetizza - questo tipo di storie.
Erica Bain (Jodie Foster, in una, lo si ripete, delle prove migliori della carriera) è la conduttrice di un celebre e seguito programma radiofonico su New York e le sue molteplici anime e sfaccettature, ed è, soprattutto, una persona felice e in pace con sè stessa, in procinto di sposarsi con il fidanzato medico David (Naveen Andrews), che adora ricambiata.
Basterà però una sfortunata passeggiata serale nel parco, sciagurato scenario di una brutale rapina, perchè le venga sottratta improvvisamente ogni cosa, trasformando una donna appagata dalla propria vita in un'anima devastata e sconfitta, costretta - attraverso una lunga scia di omicidi - a ricercare una sorta di "pareggio" impossibile nei confronti di un destino crudele e beffardo.
La regia, energica e raffinatissima, di un Neil Jordan in splendida forma - supportata dall'illividita e tagliente fotografia di un altrettanto notevole Philippe Rousselot - accompagna con estrema lucidità ed efficacia la dolorosa discesa all'inferno di quella "straniera" (da sè stessa: altra bella, incisiva metafora, nella sua semplicità, quella dell'altro da sè in cui non è - d'un tratto e per sempre - più possibile riconoscersi) che è l'Erica Bain vigilante spietata, decisa a muoversi attraverso New York come un angelo vendicatore, con lo scopo di spegnere nel sangue i mille soprusi e violenze della città più sicura del mondo.
La sceneggiatura - che lavora su più livelli narrativi andando a toccare via via le corde giuste, con i ritmi pazienti, e la sapiente sensibilità, del cinema autoriale nel senso migliore e più pieno del termine - tratteggia con apparente facilità personaggi complessi e di spessore (oltre alla protagonista, una menzione specialissima non può che andare al Detective Mercer interpretato con dolente disincanto da un ottimo Terrence Howard), consentendo a Jordan di firmare una pellicola - dalla morale meno banale di quel che ci potrebbe aspettare, e quindi ben più forte e radicale - destinata a restare a lungo nella memoria dello spettatore.
Un'opera che, in ultima analisi, con il suo scomodo e poco conciliante messaggio, va dritta come un proiettile a piantarsi nel cuore benpensante di una società ormai abituata, chiamandolo progresso, a voltarsi puntualmente dall'altra parte.

Valutazione: 8/10       

sabato, 20 ottobre 2007

MICHAEL CLAYTON di Tony Gilroy.

Michael Clayton (George Clooney) è un avvocato di lungo corso, con un passato di agguerrito procuratore distrettuale, che ha ormai deciso da (troppo) tempo di mettere esperienza e talento al servizio di uno dei più importanti, ricchi e influenti studi legali di New York.
Michael - il cui legame con uno dei co-fondatori Marty Bach (Sydney Pollack), sorta di figura paterna sui generis, sembra andare oltre il semplice rapporto professionale - , è, infatti, da anni una delle pedine più abili e preziose del Kenner, Bach & Ledeen, deputato a risolvere le questioni più delicate ed esplosive, ben prima che a queste venga concesso il lusso di provare a fare danni in un'aula di tribunale.
Quando, però, alla vigilia della conclusione di un contenzioso multimiliardario, messo in moto da un'azione collettiva promossa contro una potente multinazionale - responsabile del criminale, e mortale, avvelenamento di centinaia di persone - , la dirompente crisi umana e di coscienza di uno dei legali anziani (un ottimo Tom Wilkinson, che con l'età non smette - anzi - di dispensare classe) metterà in grave pericolo gli interessi del cliente e l'esistenza dello stesso studio, Michael verrà improvvisamente forzato, dalle sempre più drammatiche circostanze, a compiere scelte inaspettate e radicali.
Scelte che si riveleranno potenzialmente distruttive per una carriera nata e cresciuta tra mille ombre e compromessi, ma anche, forse, come un estremo, disperato tentativo di ridare uno scopo e un senso più pieno e autentico alla propria vita.
Niente da dire, il bell'esordio alla regia dello sceneggiatore Tony Gilroy ("L'avvocato del diavolo", "The Bourne identity"), con questo film dolente e malinconico, racconto disincantato e triste sulla persistente "ricerca dell'infelicità" da parte di uomini e donne che hanno saputo sterilizzare via via la propria umanità, fino a smarrire quasi del tutto la reale direzione delle proprie esistenze, è uno di quelli in grado di lasciare senz'altro il segno.
Il solido script - firmato dal regista - , la cui narrazione procede con un lungo flashback che si chiude riannodandosi alla drammatica sequenza iniziale, è con tutta evidenza il frutto del lavoro di un autore esperto, la cui scrittura sapiente regala agli attori dialoghi incisivi e brillanti affondi ad effetto, senza dimenticare la coerenza narrativa e l'efficacia del messaggio, capace di arrivare come un proiettile anche alla coscienza dello spettatore più distratto.
"Michael Clayton" - che vanta come produttori esecutivi Clooney, Anthony Minghella e il "solito" Steven Soderbergh - , beneficiato dalla fotografia livida e glaciale di Robert Elswit, altro valore aggiunto della pellicola, e girato con sorprendente maturità ed energia da un Gilroy che del "deb" qui ha veramente ben poco, completa la sua riuscita grazie a prove attoriali di livello assoluto, con Tom Wilkinson e Tilda Swinton a giocare sul velluto di una bravura costruita su carriere che non hanno bisogno di ulteriori commenti, mentre un George Clooney pressochè perfetto sembra già avviato alla conquista del secondo Oscar, questa volta come (memorabile) protagonista.
E comunque, se anche non bastassero le 2h di grande cinema che la precedono, la lunga chiusura silenziosa, con il primo piano di uno svuotato Michael trasportato da un taxi senza meta verso la seconda parte della sua vita, vale già da sola il prezzo del biglietto.

Valutazione: 8/10

domenica, 24 giugno 2007

SPIDER-MAN 3 di Sam Raimi.

Al terzo film, la tela (cinematografica) tessuta dal devoto Sam Raimi, in onore di uno dei personaggi più amati e conosciuti di sempre nel panorama fumettistico mondiale, dimostra di essere ancora piuttosto solida, convincente ed efficace.
"Spider-Man 3", infatti, scritto da Sam e Ivan Raimi con Alvin Sargent, pur alzando il tiro rispetto alle prime due avventure dell'Uomo Ragno - qui aumentano il numero dei nemici, ben tre, la complessità della trama, nonchè la durata, che arriva a 140 minuti - , conserva quella che finora è stata l'arma vincente della serie, e cioè quell'intima natura di racconto popolare, mainstream e intelligente al tempo stesso, avvicinandosi forse ancora di più, grazie ad una maggiore, spregiudicata, spettacolarità, allo spirito allegramente spensierato - pur con il consueto retrogusto amaro - delle interminabili saghe della Marvel Comics da cui è tratto.
Continuando ad essere di gran lunga il miglior connubio cinema-fumetto attualmente sul mercato - ma attenzione al Batman della Warner Bros. griffato Christopher Nolan, franchise rivale di "pericolosa", elevata qualità, pronta a tornare nelle sale la prossima estate con un "The Dark Knight" che promette mirabilia - "Spider-Man 3" inizia più o meno dove era terminato il n. 2 nel 2004.
Peter Parker (al secolo Tobey Maguire) sta vivendo forse il miglior momento della sua vita: il rapporto con l'amata Mary Jane (Kirsten Dunst) va a gonfie vele - è in procinto di chiederle di sposarlo - , sembra addirittura aver trovato un certo equilibrio tra la carriera "civile" e quella da super eroe e, insomma, (quasi) nulla fa presagire che le cose possano repentinamente cambiare (in peggio).
Ma il destino, anche quello di un eroe, raramente si accontenta di essere lineare e prevedibile ed ecco che, quindi, un'inquietante e malevola minaccia aliena, un nuovo, potente e tormentato avversario, e un vecchio amico/nemico accecato dall'odio e dal dolore, si troveranno ad essere casualmente alleati nel far crollare il mondo addosso al buon Peter - e al suo celebre alter ego rosso e blu.
"Spider-Man 3" - una produzione Avi Arad, Stan Lee e Kevin Feige, il gotha del Marvel cinema - è indubbiamente il capitolo più complesso, denso e articolato - con tante sottotrame che si inseguono e si intersecano per portare al rocambolesco e drammatico finale - di questa bella trilogia, che cattura, come poche finora, il senso di un personaggio e di un modo di fare fumetto e pop culture sincero e ormai scomparso, restituendolo al pubblico dei Multiplex in una veste sfavillante e poderosa che non sfigura (o non dovrebbe) nemmeno di fronte allo smaliziato e annoiato pubblico della generazione Playstation (3).
Il cast, azzeccato e ricco di nomi celebri, accanto agli "ovvi" ritorni - un intenso e partecipato Tobey Maguire nel ruolo simbolo di una carriera, Kirsten Dunst (MJ) e James Franco (Harry Osborn), gli amici di sempre dalle vite pesantemente agitate dagli ingombranti echi della doppia vita di Peter, la tenera zia May di Rosemary Harris, senza dimenticare la "banda" del Daily Bugle, con il vulcanico J.J. Jameson (J.K. Simmons, sempre più divertito dal ruolo), il suo saggio vice Robertson (Bill Nunn), e la segretaria Betty Brant (Elizabeth Banks), qui solo potenziale nuova ragazza del Ragno, in una sequenza che per un attimo ammicca ad una love story che nel fumetto ha avuto a suo tempo ampio risalto - , va ad annoverare ottime new entries come il bravo Thomas Haden Church - capace, in una manciata di scene, di tratteggiare un cattivo sontuoso e memorabile come Sandman, con la stessa classe e perizia mostrata nei "piccoli" film d'autore in cui si è spesso messo in luce (su tutti, il "Sideways" di Alexander Payne) - , il giovane, promettente Topher Grace (un Eddie Brock Jr, e quindi un Venom, in parte diverso da quello dei comics, ma comunque intrigante e assai funzionale al racconto), e la brillante figlia d'arte Bryce Dallas Howard, nella parte dell'icona - per Spidey - Gwen Stacy, altra girlfriend leggendaria delle strisce a fumetti, "adattata" però per esigenze di copione nel ruolo della bionda svampita, terza incomoda tra Peter e MJ.
Troppa carne al fuoco?
Forse. Ma resta il fatto che, nonostante tutto, anche questa volta, Raimi&C. sono riusciti nel non così banale compito di confezionare un blockbuster autoriale - 250 milioni di dollari, spese di promozione escluse - certamente ricco di azione ed effetti speciali, ma capace allo stesso tempo di racchiudere al suo interno le più peculiari caratteristiche di quell'incredibile universo - così ricco di personaggi, intrecci, caratteri, mirabolanti avventure e una realistica "fantastica" umanità - nato tanti anni fa sotto l'egida della Marvel.

Valutazione: 8/10

postato da: Giorgio77 alle ore 15:07 | Permalink | commenti (25)
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